venerdì 18 marzo 2016

E comunque la mattina non siamo mamme, siamo gli Avengers.
Ti svegli alle sei e mezzo e rantolando raggiungi la cucina. Con una mano scaldi il latte e con l'altra ti togli le prime cispe. Guardi il calendario e ti accorgi all'improvviso che oggi hai, in ordine, dopo il lavoro: il dentista, il figlio da portare agli allenamenti di calcio, la bambina da accompagnare al catechismo, il veterinario del pappagallo, il pap test e l'incontro al caaf per il calcolo dell'isee.
Guardi ...allora i due angioletti che ancora dormono con la bolla al naso e pensi che cazzo, non importa se hanno sette e dieci anni, potrebbero pur contribuire all'andamento della baracca.
Invece impieghi circa quindici minuti per farli alzare, mentre nel frattempo ti infili le calze e gli stivali.
Riesci a trascinarli a tavola, una tazza di latte per lui con un cucchiaio e mezzo di zucchero. Cinque galletti e tre gocciole e otto quarti.
Nesquik per lei e merendina con una punta di marmellata e tre millilitri di miele.
Raggiungi quindi il bagno, lasciandoli alla loro colazione, per darti quanto meno un tono di blush che per lo meno ti tolga dal viso quel verde influenza.
Ma mentre cercherai di applicare due pennellate di mascara, le dolci creature ti chiameranno dodici volte. C'è l'avviso della recita da firmare, il quaderno di matematica che è finito, il grembiule bucato e otto panini da preparare per lo sciopero della mensa.
Cercherai allora di rimediare in fretta e furia a tutte le richieste.
E al contempo inizierai a vestire e lavare gli angioletti. Nel giro di quindici minuti loro saranno perfetti. Tu invece con le solite calze, gli stivali, un occhio col rimmel e l'altra guancia col blush.
Sulla porta di casa, già in ritardo di dodici minuti sulla tabella di marcia, ti ricorderai di indossare almeno la gonna. Che solo con le calze nemmeno Belen a formentera.
Lì allora penserai che sarà una giornata come le altre. Andrai a lavoro, ti scorderai il dentista, porterai la femmina a calcio, il maschio a catechismo ed il pappagallo a fare il pap test.
Poi però entrerai in ascensore.
E nella discesa dal quarto al primo piano, entrerai su Facebook.
Una manciata di filtri e cambierai la foto del profilo.
Perché mamma si, ma quanto meno figa.
E che cazzo.

mercoledì 2 marzo 2016

Sono uscita di casa stamani alle 07.45. Sono rientrata questa sera alle 19.30. Due zaini sulle spalle, tre borse della spesa, due figli per la mano ed un cane al guinzaglio.
Avrei voluto passare quarantacinque minuti dal parrucchiere, due ore in palestra a fare gag e tre ore e mezzo tra l'estetista e lo shopping.
Invece sono le 21.20, ho le borse sotto agli occhi ed i glutei che cadono. La solita tuta grigia e dei capelli di merda.
Ma quando mi siedo sul divano ed i bambini ...mi abbracciano forte, io divento davvero la donna più bella.
Stanca.
Morta.
Ma la più bella.

martedì 1 marzo 2016

Con l'ultimo aggiornamento whatsapp, la doppia spunta blu, che dà conferma della lettura del messaggio, appare direttamente nella cronologia accanto al nome dell'interessato.
Cioè, non occorre più entrare nella singola chat, per verificare se il Lui di turno ha seriamente letto, perché la conferma arriva direttamente dalla cronologia. Togliendoci così la suspence e la possibilità di decidere se controllare o meno l'avvenuta visualizzazione.
Ora, io mi chiedo.
Prima la consegn...a.
Poi la lettura.
Adesso la conferma vicino al nome.
Volete forse convincermi che se lui ha ricevuto, visualizzato, letto, riletto ed io non ho ottenuto segni di vita, è perché veramente non mi ha risposto?
No, amiche.
Io mi rifiuto di crederci.

Altro...

lunedì 29 febbraio 2016

Mentre voi esultate per la vittoria di Di Caprio, io godo per quelle di Morricone.
Che non contento di essere già il più grande, con la voce rotta dall'emozione ringrazia e dedica la statuetta alla moglie. Come solo i cuori giganti sanno fare.
Della serie, un omo, decisamente da Oscar.

venerdì 26 febbraio 2016

Io ogni tanto vado su YouTube e me la riguardo questa scena.
Specie quando ricevo da amiche e conoscenti, racconti e considerazioni su attuali incontri d'amore.
Lui Richard Gere, pilota della Marina, bellissimo e dannato.
Incontra la sensuale Paula ed intreccia con lei questa relazione che solo apparentemente non avrebbe dovuto avere nessun risvolto sentimentale.
Un po' come accade a noi....
Sei in un locale, a bere il tuo spritz. Al tavolo vicino il tipo alto, moro, aitante che ti fissa per circa quarantacinque minuti. Poi si alza, si presenta ed ancor prima di aver detto il suo nome ti ammonisce: non sono in cerca di storie serie. Si, perché quanto piacerà a questi uomini mettere le mani avanti. Ed il culo al sicuro.
Così se ti mollano dopo la prima scopata, non puoi neppure dire nulla. Che se lo fai, la risposta è già scritta: io te lo avevo detto che non cercavo impegni.
Ancora non hai alzato gli occhi dal tuo spritz, che già ti propina la storia dell'uomo deluso, uscito da poco da una storia importante e quindi poco incline ai legami stretti.
A parte il fatto che, signori, la filastrocca dell'uomo che non vuole impegnarsi, ve la perdoniamo, forse, a vent'anni. Ma non a quaranta o cinquanta, quando magari avete già i primi problemi di prostata e la storia seria, se aspettate ancora, la stringerete con la badante.
Poi, non è che noi donne dobbiamo per forza sposarci. Magari per una volta ci divertiamo anche noi. Ma non occorre sottolinearlo ancor prima di essersi stretti la mano.
La verità è che noi saremo troppo romantiche ma voi siete spesso dei grandi paraculo. Ed allora io mi guardo Richard Gere. Che non pone limiti alla storia e di quella donna si innamora. Va nella fabbrica dove Paula lavora, la prende in braccio e la porta via.
E quello che rimane non è che per tutto il film il bel Richard è stato Ufficiale.
Quello che ancora oggi ricordiamo è che alla fine, fu davvero Gentiluomo.

Altro...

lunedì 22 febbraio 2016

Io sono laureata in giurisprudenza. Ed ho fatto per più di due anni pratica da un avvocato, prima di fare il concorso in banca e divenire un'impiegata del credito.
Ricordo una delle prime udienze a cui assistetti, come praticante. Era una separazione. Consensuale, ma pur sempre separazione. Quando uscimmo dall'aula la moglie, da noi assistita, scoppio' in un pianto dirotto. Mi ricordo che in quell'istante mi giurai che a me nella vita non sarebbe mai dovuto accadere. Due firm...e, in fretta e furia. Un No stringato alla domanda su eventuali possibilità di riconciliazione e nulla più.
Cinque minuti per cancellare una vita.
Cercai di consolare quella signora, e le dissi che il tempo avrebbe asciugato tutto, quelle lacrime e quel dolore.
La vita poi è beffarda, perché ti fa vivere proprio quello che ti eri promessa di evitare.
Quei cinque minuti li ho respirati anche io.
E quando accadde mi dissi che nella vita non bisogna far progetti, perché non sai mai quello che ti riserva.
Ma soprattutto ricordai le lacrime di quella signora. E pensai che in fondo le avevo detto un gran cazzata.
Perché il tempo non le asciuga quelle lacrime.
Quelle restano.
E restano per sempre. Perché quel per sempre lo hai promesso. E le promesse, in qualche modo, non si dimenticano. Mai.

mercoledì 17 febbraio 2016

Ho visto Perfetti Sconosciuti al cinema e non è certo mia intenzione rovinare la sorpresa a chi ancora deve goderne.
Ma la trama pressoché è già nota a tutti.
Una comitiva di amici che durante una cena, decide di fare il gioco del telefono: mettere ognuno in tavola il proprio cellulare e rendere noto agli altri ogni messaggio, notifica, chiamata, che nel corso della serata fosse arrivata.
Inutile sottolineare l'attualità dell'argomento. Così scottante, così veritiero, da risu...ltare tutto reale.
Perché ognuno di noi ha una parte che non svela. Per pudore, per convenienza, per egoismo, per protezione.
Ma quella parte c'è.
Ed è tutta racchiusa li.
Nel messaggio che sostieni di non avere mandato.
Nella chiamata che ti affanni a dire di non avere fatto.
Nella chat di Facebook in cui ti tocchi con un perfetto sconosciuto.
Nei messaggi privati di Twitter, in cui racconti a chi che sia i tuoi problemi.
In quei wathsapp in cui, a seconda dell'evenienza, ti inventi: mamma, amica, amante, santa o puttana.
E non c'entra quanto credi nel tuo rapporto, quanto ami la tua famiglia, o quanto veneri le tue amicizie.
C'è sempre qualcosa di scuro e irrisolto. Di non detto e trattenuto.
Che resta lì. Nella memoria di una sim, che corre affannata a far da concorrente alla tua coscienza.
Invito anche i più coraggiosi, i più puliti a non sfidare gli altri, nè tanto meno se stessi, a questo gioco deleterio.
Tenetelo stretto quel telefono, che sa cose che noi comuni mortali soltanto immaginiamo.
Perché se mi va di mandare in culo il mio datore di lavoro, lasciatemelo fare. Mentre di fronte gli faccio grandi sorrisi.
Perché se mi va di farmi sfilare le mutande da un utente Facebook sconosciuto, per la noia che albeggia nel mio matrimonio, lasciatemelo fare. Mentre cucino la frittata.
Perché se mi va di tentare la strada che ho sempre agognato, a dispetto di tutti, lasciatemelo fare. Senza che quei no diventino patrimonio comune.
C'è che bisognerebbe avere il coraggio di porre un limite alle menzogne che ci raccontiamo.
Ma finché non lo fate, non consegnate l'iPhone. O quanto meno fatelo, solo dopo avere distrutto per sempre la cronologia di wathsapp.
Dite: lo giuro.

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domenica 14 febbraio 2016

SAN VALENTINO

Tra un paio d'ore, più o meno verso l'ora di pranzo, telefonerò a mia mamma. Come ogni giorno. Mi lamenterò delle molte cose da fare, dei compiti dei bambini, dei panni da stirare, del fatto che ad essere sola si dura un sacco di fatica.
Lei mi ascolterà, come sempre.
Sul finire della telefonata, poi mi racconterà, sono certa, che questa mattina il mio babbo si è presentato sulla porta di casa con un mazzo di rose rosse.
Tra la commozione e la sana invidia penserò che uomini ...come mio padre non ce ne sono più.
Ma poi mi ricorderò di una cosa.
Di lei, di mia mamma.
E mi ricorderò che lei, negli ultimi 44 anni, ogni volta in cui lui è rientrato, è stata lì su quella porta ad aspettarlo.
Ci si incontra per caso.
Ma ci si sceglie ogni giorno.
In due.

lunedì 8 febbraio 2016

Oggi all'ora di pranzo mangiavo un panino in una piazza vicino a dove lavoro. Seduta su una panchina, con il mio iPhone ed un giornale di gossip.
Leggevo, quando mi sono soffermata a guardare una mamma che passava di lì col suo bambino. Lei avrà avuto forse trent'anni. Capelli castani, piumino nero e scarpe da ginnastica. Lui, non credo arrivasse ai tre. Cappellino di lana grigio, giubbotto blu ed un piccolo zainetto rosso di topolino che con fierezza portava sulle spalle.
Il... bambino trotterellava sempre qualche passo davanti alla mamma, nonostante lei lo invitasse ripetutamente a darle la mano.
Ad un tratto un salto troppo spavaldo per quelle piccole gambine. Il bambino è caduto. Non si é fatto nulla, si è rialzato subito. Ma è restato male.
Si è voltato a guardare la mamma, quasi a dirle:
- Beh, ancora una volta avevi ragione tu.
Lei si è abbassata, in ginocchio ed ha aperto le braccia.
Il bambino ha cominciato a piangere e le è andato incontro.
Era disperato.
Non sentiva male. No.
Non piangeva per quello.
Piangeva perché voleva che la mamma pensasse che si era fatto male.
Piangeva perché aveva voglia di piangere.
Piangeva perché voleva essere consolato.
Piangeva perché desiderava essere stretto.
Lo ha abbracciato quella mamma. Lo ha abbracciato così forte, come se quel bambino stesse provando il più grande dei dolori.
Lo ha abbracciato per dirgli che lei lo abbraccerà sempre. Ogni volta in cui cadrà.
Lo ha abbracciato per dirgli che potrà piangere con lei ogni volta in cui avrà voglia di farlo.
Ho smesso di leggere.
E in quell'istante ho pensato che io di anni ne ho 39.
Ma che non dovrebbero esserci limiti di tempo o di luogo.
Ed ho pensato che tutti abbiamo diritto ad un abbraccio così. Tutti.

venerdì 5 febbraio 2016

Questa sera avevo un appuntamento molto importante. Di quelli a cui non vorresti mai presentarti, ma che la vita, talvolta, ti mette davanti. Di quelli che sanno di dolore e di ricordi. Di quelli che ti rammentano che gli sbagli non si dimenticano.
Ero in macchina. Ascoltavo la mia canzone. Il fiato corto e il respiro a metà.
Non lo sapeva nessuno dove stavo andando.
Solo due persone.
Mi arriva un messaggio. Di una persona, tanto ma tanto speciale. Una persona con cui ho cond...iviso metà della vita e che gli ultimi tempi ho un po' perso. Una di quelle che la vita ha condannato alla mia stessa sorte. Una di quelle con cui ci siamo scelte una, due, mille volte. Ed i nostri figli, dopo di noi.
Voleva ricordarmi che è molto che non ci vediamo. E che è ora di far qualcosa per colmare questa distanza.
Ero felice.
Col fiato corto, ancora. Ma già un po' più felice.
Continuo a guidare.
Ed arriva una telefonata.
- Ma non sei a casa?
Un' amica che era davanti al mio portone. Con due cioccolatini a cuore al posto degli occhi ed una bottiglia di prosecco. Scampanellava al mio citofono. Giusto per ricordarmi che anche se il giorno prima c'è stata una incomprensione, tra amiche basta un bicchiere per brindarci sopra e riderci forte.
Sono andata al mio appuntamento.
Col fiato corto. Sempre corto.
Ma ancora un po' più felice.
Il mio incontro è durato circa un'ora.
Quando sono uscita ho riacceso il mio iPhone.
Era lei.
L'amica che c'è da una vita. Quella che è stata sempre accanto. Sempre. Nei dolori più atroci. Nelle lacrime più pesanti.
Quella che negli ultimi anni magari senti tre quattro volte al mese, per i tanti impegni di entrambe. Ma che quando abbracci e' sempre come se fosse stato un attimo fa.
Queste persone non sapevano del mio appuntamento.
Del fiato corto e del respiro che mancava.
Non lo sapevano ma in qualche modo lo hanno sentito.
Perché c'è che nell'amore non serve spiegarsi.
Non importa dire del fiato corto e del respiro che manca.
Ci sono persone che già lo sanno.
E sono quelle lì.
Quelle che restano. Nonostante e malgrado.
Perché c'è chi dice di volerti bene. E poi c'è chi lo fa.

giovedì 4 febbraio 2016

LA SCORCIATOIA

Avevo un vestito rosso. Di quelli stretti e fascianti. Di quelli che mi fanno sentire donna tra le donne. Di quelli che ti accarezzano e ti avvolgono. Di quelli che lasciano all'immaginazione tutto ciò che non hai voglia di scoprire. Non so perche quella mattina avevo deciso di indossarlo. Ma sapevo che avrei dovuto indossare proprio quello.
Era tardi.
Il lavoro mi aveva trattenuto in ufficio molto più del previsto....
La stanchezza faceva da contorno alla radio della macchina, che suonava il mio pezzo preferito.
Ad un tratto un rumore.
Ci ho messo un po' a capire se si trattava di un nuovo accordo o di qualcosa di diverso.
Non era la radio.
Non era Adele che improvvisamente stava stonando.
Era la ruota anteriore che aveva deciso che mi fermassi li. Con la mia stanchezza ed il mio vestito rosso.
In quella maledetta scorciatoia che invece di farmi risparmiare cinque minuti, me ne avrebbe fatti perdere almeno venti.
Il telefono scarico e la voglia di piangere.
Ero io. Ed il mio vestito rosso.
Pochi minuti ed è passata una macchina blu. Di quelle belle e importanti. Di quelle che se vedi nei film, non possono che essere guidate dall'avvocato di successo.
La macchina blu si è fermata. Si è aperta la portiera.
Mi aspettavo un uomo maturo in giacca e cravatta. Ed invece è uscito un ragazzo coi jeans e le saucony. Col giubbotto di pelle e i capelli spettinati. Così spettinati che c'era da chiedersi se era appena uscito di palestra o se avesse da poco fatto l'amore.
- Ti aiuto io.
Non mi ha fatto nemmeno parlare.
Ha aperto il cofano. Ha cercato il crick. La ruota di scorta. Ha fatto tutto lui. Come se fino a quel momento nella sua vita non avesse fatto altro che cambiare gomme.
Io non ho detto niente.
Ero incantata e sedotta.
Dalla sua padronanza.
Dal suo essere lì. Ai miei piedi.
Finito il suo lavoro, si è alzato.
Mi ha guardato ed ha detto tutto. Così. In silenzio.
+ Beh. Che posso fare per ringraziarti?
Ancora una volta non ha detto nulla.
Ha messo una mano tra i miei riccioli. Si è avvicinato ed ha annusato il mio profumo.
Mi ha spinto.
Verso la sua macchina. Quella blu.
Adesso ero io appoggiata al cofano.
Mi ha messo una mano tra le gambe. E lo ha fatto come se conoscesse alla perfezione ogni curva del mio corpo.
Ho sentito le calze smagliarsi.
Ho sentito la sua lingua cercarmi con vigore.
Lo volevo.
Mi voleva.
Eravamo noi.
La sua macchina blu.
Ed il mio vestito rosso.
Finalmente avevo capito perché lo avevo indossato.
Io, quella mattina, lo avevo indossato per lui.
Altro...

venerdì 29 gennaio 2016

Ho trascorso la giornata sola con la mia bambina. Lei ieri sera aveva un febbrone ed allora oggi siamo restate qui. Noi due.
Non capitano spesso questi momenti da sole. Ma oggi ce la siamo presa una pausa tra donne.
Abbiamo guardato la TV ed ascoltato la musica.
Ci siamo messe le creme e truccate.
Ci siamo pettinate e date lo smalto....
Ma soprattutto ci siamo raccontate i segreti.
Il nome della migliore amica e del bambino che le fa battere il cuore.
E la cosa più tenera è stata che lei ha parlato a bassa voce per tutto il tempo. Si avvicinava e mi sussurrava all'orecchio. Perché non contava che in casa fossimo solo noi due.
Un segreto è sempre un segreto.
E per essere tale va regalato sottovoce.
Vittoria ha sette anni.
Oggi mi sono incantata a guardarla. L'ho vista bellissima, anche con la febbre. E l'ho immaginata grande.
Tra una decina di anni. Coi jeans strappati e la maglia stretta. Col rossetto e la coda di cavallo. Col rimmel e magari il piercing al naso.
Mi sono chiesta cosa farà.
Dove andrà.
Quale sarà il suo sogno.
Ma ho pregato solo per una cosa.
Che con i jeans, il mascara, il rossetto ed il piercing al naso, abbia ancora la voglia di avvicinarsi a me. Di ricordare questo giorno e sussurrarmi all'orecchio. Il nome della migliore amica e del ragazzino che magari, quella stessa sera, la bacerà.

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sabato 23 gennaio 2016

La mia non è una famiglia tradizionale.
Perché io sono separata ed alla sera mi trovo sul divano coi miei due bambini. Noi tre.
Lo stesso succede, a weekend alterni, quando questi stessi bambini stanno col loro babbo.
Passano giorni in cui rimpiango le serate trascorse tutti e quattro davanti alla TV. Quello sì.
Ma non ho niente da invidiare a moltissime famiglie apparentemente tradizionali....
Dove in realtà ci si tradisce e ci si manca di rispetto. Si va avanti per noia o solo per comodità.
Si resta insieme per paura o per mera forma.
Famiglia è dove c'è amore.
Ed io ho la fortuna di respirarne parecchio.
Quindi quella cazzo di scritta illuminata al portone di casa mia, io ce la metto. Perché io ne ho diritto.
Anche se poi entri e siamo solo in tre. Ma tre che si amano. Tanto.

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sabato 28 novembre 2015

Me la ricordo bene la prima volta che mi sono innamorata. Ma non per gioco. La prima volta che mi sono innamorata forte. Così forte da non essere corrisposta.
Avevo diciassette anni, lui qualcuno più di me.
Frequentavamo lo stesso ritrovo, anche se io nel gruppo dei piccoli e lui in quello dei grandi.
Non era libero. Aveva una ragazzina, già da un paio di anni.
Eravamo conoscenti, poi diventammo amici, poi qualcosa in più.
Almeno per me.
Al pomeriggio studiavo e verso le 18 uscivo con le amiche fidate per andare nel posto di ritrovo.
Mi sedevo sul muretto ad aspettare che lui facesse capolino, anche solo per pochi istanti, dopo il lavoro.
Arrivava con la sua macchina e già questo mi pareva un segno di potenza e di virilità non indifferente
I saluti, prima schivi, divennero sempre più affettuosi.
I ciao sfuggenti divennero ben presto lunghe chiacchierate.
Io lo amavo. Sempre più.
Lui ovviamente era in crisi con la fidanzata.
Io lo ascoltavo. E ascoltavo i problemi con lei, con il lavoro, con i genitori, col gatto, con lo zio, col cognato del cugino.
Non gli ero indifferente, ma stava con un'altra.
E allora succedeva che il lunedì mi dava una speranza per il mercoledì ritrattarla.
Ma io ci credevo. Perché avevo 17 anni, ed a 17 anni tutto può succedere.
Continuavo pertanto ad amarlo. E ad aspettarlo seduta su quel muretto.
Ricordo esattamente la notte della vigilia di Natale di quell'anno. Mi aveva promesso che la sera sarebbe passato dal nostro ritrovo per scambiarsi i regali.
Lo aspettai al freddo.
Col mio pensiero impacchettato e il cuore colmo di aspettative. Lo aspettai fino alle 24.00. Ritardai anche il rientro a casa.
Ma lui non si presentò.
Trascorsi il giorno dopo, il 25 dicembre, a piangere.
Lo ricordo benissimo.
I parenti a pranzo, i tortellini in brodo, il lesso, l'arrosto, il panettone e la frutta secca. Io che mi alzai nel bel mezzo del Natale per chiudermi in camera mia. Quanto piansi.
Abbracciata a mia mamma prima e a mia zia dopo.
E giuro che sembra ora da quanto fece male.
Lo vidi poi il giorno dopo, per Santo Stefano. Mi portó il suo regalo. Una sciarpa, non era neppure incartata. Io avevo invece comprato il nastro e la carta più bella, per confezionare quel peluche da attaccare alla sua macchina. Avevo scritto anche un biglietto di 1460 caratteri. E lui neppure un post it con su uno stringato Buon Natale.
I mesi continuarono così.
Io seduta sul muretto.
Lui a volte c'era. A volte no.
Arrivó giugno ed il mio 18esimo compleanno. Feci una festa meravigliosa in una villa in campagna. Io ero bella e giovane. In un vestito bianco che avevo disegnato e che la mamma di una mia amica aveva cucito per me.
Tanta gente, tanti amici.
Lui arrivó a festa inoltrata, con gli altri quattro ragazzi con cui faceva squadra fissa.
Era finalmente tutto perfetto.
C'era lui, c'erano le amiche, i miei genitori, e la voglia di vivere dei miei 18 anni.
Quando finì la festa, presi mia mamma da una parte.
- Ehi, lo hai visto Lorenzo? - chiesi.
- Si - mi rispose subito.
Poi aggiunse:
- Quando è arrivato c'era anche il babbo, che ha dato la mano a tutti gli altri ragazzi per presentarsi tranne che a lui -
- E perché ha fatto così? domandai io.
- Beh - rispose la mamma.
- Tuo babbo me lo ha spiegato in questo modo:
"L'ha fatta piangere troppe volte perché io potessi anche solo salutarlo".
Da allora non l'ho più aspettato seduta su quel muretto.
Perché all'alba dei miei 18 anni, ho capito l'amore.
Ed ho capito come si comporta un uomo,quando davvero ti ama.
Non sopporta, che tu pianga.

mercoledì 25 novembre 2015

Torno a casa alle sette, da stamani alle otto.
Le solite dieci cartelle sulla spalla, le buste della spesa, il cane da portar fuori, i letti da rifare.
Ma non importa.
Metto a posto la spesa, porto fuori il cane, rifaccio il letto, metto il pigiama ai bambini.
Mi tolgo il décolleté che dopo 12 ore ho dei calli che sembrano un bambino di tre mesi. Indosso la tuta ed inizio a cucinare. Roba veloce, per far sì che questi figlioli possano cenare ad un'ora decente....
Mi butto sulle crocchette di pollo, sperando di imitare Mc Donald ma convinta del fatto che al primo assaggio loro mi diranno: Mamma quelle del Mc sono meglio.
Apparecchio, friggo e intanto preparo le cartelle per domattina.
Ore 20.10 tutti a tavola.
Ecco. Finalmente mi siedo.
Addento le mie crocchette, una patatina e due foglie di insalata.
Ma non conta cosa sto mangiando.
Conta che sono seduta.
E la sensazione è come quella di trovarsi alle Maldive, su una spiaggia bianca, con due che ti sventolano ed una che ti massaggia i piedi.
Sono a sedere. E già penso al pigiama caldo che sto per indossare, al divano, alla TV, al piumone ed al cuscino.
Ma in dieci minuti la cena finisce.
Ed ecco che sopraggiunge il momento più tragico della giornata. Doversi alzare di nuovo. Svuotare i piatti, affrontare l'olio, l'unto e gli avanzi. Le briciole, i piatti sporchi, il piano cottura infrittellato e i sacchi della nettezza che puntualmente si rovesciano.
E improvvisamente dalle Maldive ti pare di essere a Ladispoli.
Perché il problema non sono le 12 ore dalle otto alle otto. No.
Il problema l'è sparecchiare dopo che t'hai toccato una sedia.
E non è finita.
Perché a questo punto sopravviene il pensiero definitivo, quello che ti uccide del tutto.
E ti ricordi che hai la lavastoviglie guasta. Quella che ancora non hai fatto accomodare per risparmiare quel cinquantino che ti ci vorrà solo perchè qualcuno si degni di venire a vedere i' che l'ha fatto la tua lavapiatti.
Ora. Io capisco che posso stare più o meno simpatica. Ma che sia un mese e mezzo che rigoverno e ancora non sia stato avviato una processo di canonizzazione per la Gazza, lo trovo decisamente da stronzi.

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lunedì 23 novembre 2015

Qualche giorno fa, era tardo pomeriggio, stavo guardando la vetrina di un negozio in attesa che mia figlia finisse la sua lezione di pattinaggio.
Mi si avvicina un tipo. Un bel tipo.
Completo grigio scuro, camicia celeste con le cifre, pashmina blu.
Mi sorride:
+ Scusa, sei sola?...
Già l'approccio mi era parso subito parecchio triste, ma mi son detta che in fondo dovevo apprezzare. Che dallo "scusa hai da accendere" già aveva fatto progressi.
Rispondo:
- Beh, salvo che qualcuno non mi stia pedinando, direi di sì.
Accenna un sorriso e parte subito con una serie di complimenti (della serie sei carina etc etc) senza cavalcare la mia ironia. Ma ok. Mi dico ancora una volta di non giudicare.
Ci scambiamo qualche parola ma capisco che il tempo stringe e che devo andare a prendere Vittoria.
Glielo faccio presente.
Apre la sua bellissima borsa di pelle da lavoro ed estrae l'apposito porta biglietti da visita in pendant con tutto il resto.
Il Dottor X mi porge i suoi contatti e mi dice, scostandosi dalla fronte il ciuffo phonato e gettando uno sguardo furtivo, all'auto stima finalizzato, al proprio riflesso nella vetrina:
+ Qui c'è il mio numero, se una di queste sere ti va un birrino?
Spalanco gli occhi!
(Un birrino?? Mi ripeto tra me e me. Ma che sono un tuo amico? Perché non si va al primo circolo? E poi dopo i' che si fa? Una briscola!?)
Ma semplicemente rispondo:
- Grazie, nel caso ti chiamo.
Ho girato l'angolo e gettato il biglietto.
Oggi, invece, sono uscita alla 13 da lavoro. Ho mangiato un panino al volo in macchina e mentre stavo rientrando, mi sono fermata ad un bar lungo il tragitto.
Proprio accanto al bar, un palazzo di circa 4 piani dove, con tutta evidenza, erano in atto i lavori di ristrutturazione della facciata.
Esattamente quando stavo entrando nel bar, arriva un ragazzo. Un muratore che probabilmente si stava prendendo una pausa e che stava lavorando alla suddetta facciata. Jeans strappati, felpa, scarpa antinfortunistica e qualche schizzo di calcina in qua e là.
Mi vede ed accelera il passo. Solo per aprirmi la porta e farmi entrare per prima.
+ Prego signora.
E mentre lo dice mi guarda. E mi guarda così intensamente quasi a volermi dire: se ti prendo ti metto su quell'impalcatura e ti fo vedere la Madonna e tutti i Santi. Lo capisco. Ma lui è galante.
Prendo il mio caffè, in disparte. Arrivo a pagare e il cassiere mi fa:
+ il caffè lo ha già pagato quel ragazzo lì.
Era lui. Che era appena uscito.
Esco e lo ringrazio. Poi scappo e scappo perché la mia vita è una corsa.
Ma l'ho ringraziato mille volte. E mentre lo facevo ho ripensato al Dottor X.
E mi son detta che è proprio vero, amiche mie.
È assolutamente vero.
Ed è vero che l'abito non fa il monaco, né, tantomeno, il maschio.

sabato 21 novembre 2015

La cosa bella di quando esci con le amiche e sono le amiche giuste, è che non importa dove vai. Puoi azzeccare la festa più glamour del momento e relazionarti col tipo col risvoltino, l'orologio sul polsino e il Dom Perignon in tasca. Oppure finire nel circolo di campagna, dove il più fine ti invita a ballare dopo essersi pulito il pomodoro della pizza rimasta sulla bocca con la manica del golf.
Non importa perché il momento top della serata sarà sempre quando risalirete in m...acchina.
Stanche, un po' brille, ma felici. Perché in macchina maturerà la sola parte esilarante della serata. Perché ci sarà da ridire e da ridere. Del miliardario chic, del grezzotto rutto libero, della fidanzata di quello moro, della cameriera, del proprietario del ristorante, del cane del vicino di tavolo.
E li, tu con le tue amiche darai il meglio di te.
E ti lascerai andare a riflessioni sulla pace nel mondo, per un attimo dopo, pensare alla scopata più riuscita dell'ultimo periodo.
Roba che nemmeno cinque uomini a briscola alla casa del popolo.
Ma così funziona.
Perché tutto resterà in quella macchina.
Le lacrime, le risate, le parolacce, le confessioni.
Poi scenderai. Rientrerai a casa. Ti metterai il pigiama. E già penserai alla Valle D'Aosta che dovrai studiare il giorno dopo con tuo figlio. Ma con una certezza. Che in fondo pure quella, dopo la tua serata in macchina, ti sembrerà più bella.

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martedì 17 novembre 2015

L'ho anche frequentato per un periodo, uno tutto muscoli e addominali. Uno di quelli che quando ci sedevamo al ristorante faceva il conto delle calorie che gli mancavano da ingurgitare per completare il percorso ottimale segnato dal personale trainer. Uno di quelli che ordinava un filetto scondito. E che quando esordivo con la mia carbonara, mi guardava come se avessi arrotato un pedone sulle strisce.
"Ma sulla sera è troppo pesa?".
Così mi disse, e io ripiegai con un finto s...orriso su di un'ottima caprese.
Uno di quelli che poi, quando arrivi al dopo cena, ti toglie il vestito, lo ripiega, lo appoggia sull'appendino e volendo ci passa anche un po' di Stira e ammira.
Fu drammatica la serata e la ricordo ancora. La ricordo così tanto che da allora sono stata molto più accorta. Ho capito che un uomo (come una donna del resto) lo si capisce e lo si conosce a tavola.
Uno che ti ordina una bistecca con l'osso e magari ci sorseggia un brunello e quando ti versa il vino ti guarda negli occhi. Poi taglia il primo pezzo di Fiorentina e ti guarda ancora. E mica ti guarda. Ti spoglia. E ti spoglia mentre mastica e gode. Per il piacere della carne, per il sapore del rosso.
Uno che si siede e si ordina un'amatriciana. E alla prima forchettata ti fa il piedino, quasi a dirti "cazzo, ora ti metto al posto della pancetta".
Uno che si prende un tiramisù, e col cucchiaino ti imbocca, lasciando a te il pavesino più buono.
Uno che a tavola gode. E gode perché mangia e perché mentre mangia ti guarda.
E non vale solo per gli uomini. No la tavola è unisex.
Ma che son donne quelle che si siedono ed ordinano un'insalata? Ma che son donne quelle che guardano ad un pezzo di salame come se fosse un testimone di Geova? No, che non lo sono. E sono quelle che se poi ti invitano per un drink nella loro casa dopo cena, sull'uscio ti fanno levare le scarpe e ti infilano le pattine.
Le donne sexy sono altre. Sono quelle che un bicchiere di vino lo gustano e una pastasciutta la seducono.
Ricordo una scena, del film Flashdance. Lei un'operaia, lui il grande capo. La prima cena. Lei si toglie la giacca mostrando una schiena che vabbè. Si arriva fino lì. Ma poi inizia a mangiare aragosta. Con le mani. E si lecca pure le dita. Ma lo fa con una grazia, con una eleganza con una sensualità, che lui era già andato, era suo, che nemmeno quando lei ballava mezza nuda nel night.
Perché il buon cibo è come il buon sesso. E non c'è l'uno senza l'altro.
Ed io se parlo degli uomini, è perché donna sono.
E allora dico che va bene il romanticismo, la canzone ed il tramonto. Ma quando c'è da amare, come da mangiare, il maschio deve essere maschio.
E deve essere quello che ordina l'amatriciana e il vino rosso.
Perché poi noi donne siamo così. E ci piace essere prese così. Con passione con forza ed impeto. Con voglia ed irruenza. Così come si agguanta e si gusta un pezzo di rosticciana. Con le mani, mica con la forchetta.

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sabato 31 ottobre 2015


Sono da poco rientrata dal supermercato.
Non so se avete tutti presente il supermercato di sabato mattina. Ecco.
Pensionati incazzati che si aggirano pretenziosi tra gli scaffali di turno e ti guardano con aria di sfida quasi a non comprendere perché tu, che lavori, hai due figli, un cane e due pesci, ti permetti di fare la spesa di sabato mattina.
Donne in carriera che, super taccate, si ritagliano la loro mezz'ora settimanale per comprare almeno due fette di petto di tacchi...no per far compagnia alla solitudine del frigo.
Uomini, scoglionati, parcheggiati assieme al carrello in un angolo mentre la rispettiva compagna fa lo slalom tra la gente per ottimizzare il tempo.
Bambini urlanti e affamati che non comprendono il perché di trovarsi lì, anziché sullo scivolo di un parco giochi.
Ora, in tutto questo bordello, la mia attenzione è stata colpita da una coppia. Felice, tranquilla, serena.
Coppia che ho incontrato in mezzo agli insaccati.
Lui, lei e 5 figli.
Non uno, non due, guardate non tre. Ma cinque.
All'incirca dai due ai 13 anni.
Il padre e la madre entrambi con un carrello. I due figli più grandi, maschio e femmina, rispettivamente accanto all'uno o l'altro genitore. I due più piccoli, presumibilmente gemelli, nel carrello. Uno col ciuccio, l'altro con un pezzo di schiacciata. Il rimanente in piedi nel bel mezzo del carrello che giocava a fare spiderman.
Sono rimasta così, a bocca aperta e coi miei tre etti di salame in mano, ad osservarli. Ed in un attimo ho visto davanti a me. Cinque cartelle, cinque letti, cinque paia di scarpe, cinque tutto.
Per non parlare del mangiare. Sette tazze, sette piatti di pasta, sette braciole. Io che pensavo che solo Biancaneve fosse in grado di mettere a tavola sette persone, sono restata sbalordita.
Loro invece, loro sette dico, sorridenti e felici, si districavano. Tra la richiesta di un figlio, tra il prosciutto da scegliere, tra il pensionato incazzato, tra il naso da soffiare al più piccolo e la bocca da pulire al gemello.
Ho pensato che questo non fosse possibile. E allora l'ho seguiti. E l'ho seguiti fino al reparto surgelati, dove moglie e marito, lui con i quattro salti in padella in mano e lei coi sofficini sotto il braccio, in mezzo alla donna in carriera taccata, ai mariti scoglionati, ai bambini isterici, a chi lavora 24 ore, alle donne che fanno slalom tra gli scaffali, con i loro cinque figli perfettamente allineati, si sono avvicinati e si sono dati un bacio.
Cioè, in un sabato alle 12 in un supermercato, tra il delirio generale, loro due con cinque figli hanno trovato il tempo di darsi un bacio.
Ora, le cose sono due.
O propongo l'immediata candidatura dei due coniugi al prossimo Nobel per la pace, o mi dicono, all'istante, il nome del loro spacciatore.

domenica 20 settembre 2015

Ti svegli la domenica mattina.
Con i capelli ritti e le occhiaie fino al mento. Perché la notte l'hai passata a dar tachipirina al figlioletto di nove anni.
Ti alzi di soprassalto perché l'altra figliola, quella di sette, ti urla che ha fame e devi prepararle la colazione.
Nel frattempo pensi che devi ottimizzare il tempo e che in tutto questo c'è anche il cane da portar fuori, perché ti sta guardando con una faccia come a dirti "ascolta, io ho rispetto del tuo pavimento in cotto, ma dopo 15 ore anche la mia vescica inizia a vacillare".
Allora ti togli la sottoveste e ti infili un vestito di quelli scoloriti e un po' sciupati, quelli che la mi' mamma ha sempre chiamato "da casa".
Indossi l'occhiale più grande che hai, sperando che copra la cispa ancora rimasta.
Calzi la tua ciabatta De Fonseca e ti dici: "ma si, io esco così, tanto chi vuoi che incontri".
Ecco.
Superi il portone e in ordine arriva:
- Il tuo ex storico, quello che ti ha fatto piangere e dannare. Con la nuova fiamma. In louboutin e shatush, di circa 18 anni più giovane di te.
- Enzo Miccio che ti guarda schifato.
- Il postino di C'è Posta per Te, che chiude direttamente la busta.

E allora buongiorno??
Buongiorno una sega.